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Giurisprudenza
05/09/2016 - Ordinamento Penitenziario -Corte di Cassazione
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del comma quarto dell'art. 4 D.L. 23 dicembre 2013 n. 146, nel testo risultante a seguito delle modifiche introdotte dalla legge di conversione (legge 21 febbraio 2014, n. 10) laddove prevede l'esclusione dei condannati per i reati di cui all'art. 416 bis cod. pen., dalla disciplina di maggiore favore in tema di entità della detrazione di pena per semestre ai fini della liberazione anticipata stabilita, in generale, per gli altri condannati, in quanto trattasi di disciplina speciale che amplia gli effetti di favore conseguibili da tutti i soggetti in espiazione di pena ed alla cui estensione è legittima l'apposizione di limiti determinati da situazioni cui si collega una connotazione di immanente pericolosità (Cass. n. 34073/2014). In tema di benefici penitenziari, la disposizione del decreto-legge non recepita dalla legge di conversione non può ritenersi suscettibile di avere efficacia ultrattiva per i comportamenti pregressi ai quali detta disposizione collegava effetti favorevoli sia perché alla materia in questione, in quanto estranea al diritto penale sostanziale non è applicabile il principio di irretroattività della legge più sfavorevole, sia perché, in generale, le regole attinenti al fenomeno della successione di leggi nel tempo non si attagliano alla vicenda relativa alla sorte delle disposizioni di decreti-legge non recepite nella legge di conversione. (Fattispecie relativa alla richiesta di maggiore detrazione di pena ai fini della liberazione anticipata di condannato per il delitto di cui all'art. 416 bis cod.pen. ai sensi dell'art. 4, comma quarto, del D.L. 23 dicembre 2013, n. 146 , disposizione poi eliminata dalla legge di conversione 21 febbraio 2014, n.10, con riferimento a condannati per tale reato) (Cass. n. 34073/2014). Una volta richiesti dal condannato il differimento dell'esecuzione della pena o la detenzione domiciliare per motivi di salute, la ritenuta insussistenza delle condizioni per la concessione del rinvio dell'esecuzione non obbliga il giudice a motivare anche sul diniego della misura richiesta in via subordinata, stante l'identità dei presupposti che legittimano l'applicazione dell'una o dell'altra misura (Cass. n. 38036/2014). La mancata riparazione del danno (attività che, in ipotesi, deve essere oggetto delle relative prescrizioni, ex art. 47, comma 7, Ord. Pen.) non può, in sè, essere posta a fondamento del diniego dell’affidamento in prova al servizio sociale a misura in parola (Cass. n. 7476/2014, Mariotti; n. 2614/2012; n. 47126/2009). In proposito, se è pur vero che l'effettiva indisponibilità ad attivarsi in tal senso può essere oggetto di legittima valutazione concretamente negativa (Cass. n. 39474/2007), però deve risultare, per accertamenti obbiettivi e del tutto stringenti, che si tratti di esplicazione di perdurante volontà antisociale, sintomatica di un non avviato distacco dalle logiche delinquenziali, e non derivante da altra causa meno negativa (quali le difficoltà economiche o le assorbenti necessità familiari) (Cass. n. 43388/2014). Per la remissione del debito, il requisito delle disagiate condizioni economiche è da ritenersi integrato non solo quando il soggetto si trovi in stato di indigenza ma anche quando l'adempimento del debito - per la sua obiettiva entità - comporti un serio e considerevole squilibrio del bilancio domestico, tale da precludere il soddisfacimento di elementari esigenze vitali e compromettere, quindi, il recupero e il reinserimento sociale (ex multis Cass. n.13611/2012). Risulta pertanto doverosa, in sede di decisione sull'istanza, una compiuta verifica circa la ricorrenza o meno del parametro in questione da compiersi, peraltro, con specifico riferimento temporale da collocarsi al momento di presentazione dell'istanza medesima ovvero a periodi cronologicamente prossimi (Cass. n. 19866/2009) e la mancanza di tale accertamento conduce, a ben vedere, ad una nullità del provvedimento per assenza di motivazione (Cass. n. 45895/2014). L'ammissione al beneficio della semilibertà in favore del condannato per uno dei reati previsti dall'art. 4-bis, commi 1-ter e 1-quater, legge 26 luglio 1975 n. 354, è consentita alla duplice condizione che non vi siano elementi per ritenere il collegamento del condannato con la criminalità organizzata e che siano stati espiati almeno due terzi della pena, salvo l'accertamento della intervenuta collaborazione ai dell'art. 58-ter della citata legge, nel qual caso la misura della semilibertà è fruibile dopo l'espiazione del termine ordinario della metà della pena (Cass. n. 45896/2014). L'art. 11, comma 2, legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modifiche, espressamente richiamato dall'art. 240 d.lgs. 28 luglio 1989, n. 271 (disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie del cod. proc. pen.), postula, a sua volta, una malattia non particolarmente grave oppure una patologia, pur grave, che si profili contingente e rimettibile con interventi e/o terapie praticabili in regime di temporaneo trasferimento in ospedali civili o in luoghi esterni di cura, fermo lo stato di detenzione in carcere. La valutazione delle condizioni di salute del detenuto e del loro livello di gravità da porre in correlazione, da un lato, con la tutela della salute, garantita a livello costituzionale (art. 32 Cost.) e, dall'altro, con le esigenze di difesa della collettività a fronte della commissione di gravi delitti, espressivi di elevata pericolosità sociale, richiede un'attenta valutazione da effettuare non in astratto rispetto alle potenzialità di diagnosi, terapia e cura offerte dalle strutture dell'amministrazione penitenziaria, bensì in concreto con riferimento alle effettive possibilità offerte dal circuito penitenziario, tenuto conto anche dei centri e dei posti ivi realmente disponibili rispetto alle specifiche esigenze poste dalla patologia del detenuto, nonché delle possibilità di un celere trasferimento presso gli stessi (Cass. n. 49237/2014). L'ammissione a una misura alternativa alla detenzione in carcere (nella specie, detenzione domiciliare) di un soggetto nei cui confronti sia intervenuta condanna per il delitto di evasione non può essere automaticamente preclusa per effetto della condanna stessa, dovendo il giudice procedere ad un esame approfondito della personalità del condannato e della sua effettiva e perdurante pericolosità sociale (Cass. n. 29/2015). Il principio del “ne bis in idem”, sancito sancito normativamente con riferimento alla cosa giudicata formale del giudizio di cognizione dall’art. 649, è operante, oltre che nel procedimento di cognizione, anche in quello di sorveglianza disciplinato dall'art. 678 c.p.p., che richiama le regole del procedimento di esecuzione di cui all'art. 666 dello stesso codice, sicché, in assenza di elementi nuovi, di fatto o di diritto, non è consentita la revoca del provvedimento di rigetto di beneficio penitenziario, che sia divenuto definitivo per mancanza di impugnazione nei termini o rigetto di essa (Cass. n. 3090/2015). L’inciso «salvo che debba emettere il decreto di sospensione di cui al comma 5» dell'art. 656 cod. proc. pen., che figura nell'art. 1, comma 3, della legge 199 del 2010 (esecuzione della pena presso il domicilio) rappresenta, all'evidenza, una clausola di prevalenza di misure eventualmente più favorevoli al condannato, l'accesso alle quali non può essere precluso dall'introduzione di una misura ulteriore di decongestione delle carceri introdotta per pene detentive brevi. Significa, dunque, che, se ricorrono le condizioni per emettere il decreto di sospensione ex art. 656, comma 5, cod. proc. pen., non occorre fare luogo alla contestuale sospensione dell'ordine di esecuzione a norma della legge n. 199 del 2010. Non significa affatto però anche che, emesso il decreto di sospensione ex art. 656, comma 5, il P.m. non debba - giacché in materia non sono ammessi ambiti di discrezionalità - disporre comunque la trasmissione degli atti al Magistrato di sorveglianza perché, in assenza di iniziative del condannato e in subordine eventuale alle stesse, eventualmente provveda ai sensi della legge n. 199 del 2010. Né impedisce che debba altresì emetterne altro, ai sensi della legge n. 199, in futuro, se il condannato, per i più svariati motivi, abbia lasciato decorrere il termine di trenta giorni collegato alla sospensione codicistica senza presentare alcuna domanda di misura alternativa (Cass. n. 4971/2015; Cass. 4972/2015). L’art. 275-bis cod. proc. pen., introdotta dall'art. 16 D.L. 24 novembre 2000, n. 341, conv. dalla legge 19 gennaio 2001, n. 4, e richiamato dall’art. 58-quinquies ord. pen., stabilendo che il giudice nel disporre la misura degli arresti domiciliari anche in sostituzione della custodia cautelare (o il magistrato/tribunale di Sorveglianza in sede di applicazione della detenzione domiciliare) possa prescrivere, in considerazione della natura e del grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto, l'adozione di mezzi elettronici o altri strumenti tecnici di controllo, non introduce una misura coercitiva ulteriore, rispetto a quelle elencate negli articoli 281 ss cod. proc. pen., ma unicamente una condizione sospensiva della custodia in carcere, la cui applicazione viene disposta dal giudice contestualmente agli arresti domiciliari (o alla detenzione domiciliarre) e subordinatamente al consenso dell'indagato all'adozione dello strumento elettronico (Cass. n. 40680/2012). L'applicazione del braccialetto elettronico dopo le modifiche introdotte dal d.l. 23 dicembre 2013, n. 146 si configura come modalità di controllo "ordinaria" della cautela domiciliare, che il giudice può evitare solo esponendo le ragioni per le quali non la ritiene necessaria. (Cass. n. 6505/2015). Nessuna norma stabilisce con precisione lo spazio vitale minimo al di sotto del quale sussiste un trattamento penitenziario inumano: né l'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, che si limita a vietare "pene o trattamenti inumani o degradanti", né l'art. 27, comma 2 Cost., che stabilisce anch'esso che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità", né, infine, l'art. 6 legge 354 del 1975, in base al quale "i locali nei quali si svolge la vita dei detenuti devono essere di ampiezza sufficiente ..." e "i locali destinati al pernottamento consistono in camere dotate di uno o più posti"; una dimensione minima non è specificamente indicata nemmeno in sede regolamentare. Piuttosto esiste una elaborazione giurisprudenziale da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che ha indicato alcuni canoni e standard di riferimento, individuando in particolare il limite di 3 mq. quale spazio minimo vitale inderogabile pro capite (Cass. n. 8568/2015). In tema di detenzione domiciliare speciale (art. 47-quinquies ord. pen.), nel caso tra l’istanza della detenuta ed il momento in cui interviene la decisione del tribunale di sorveglianza muta il requisito dell’età del figlio, che raggiunge il decimo anno, il tribunale deve considerare la domanda come se fosse domanda di proroga della misura, valutando la ricorrenza dei requisiti richiesti per la proroga (Cass. n. 8860/2015). Quando l’affidamento in prova sia richiesto prima dell’inizio dell’espiazione della pena, è necessario procedere alla considerazione della condotta mantenuta in stato di libertà, dopo la condanna, al fine di stabilire la prognosi favorevole o meno circa l’astensione da parte del soggetto dal compimento in futuro di nuove azioni criminose. Ciò che conta è l’analisi della personalità individuale e la verifica della sua evoluzione psicologica (Cass. n. 9439/2015)Grava sul tribunale di sorveglianza, chiamato a decidere sull'istanza di affidamento in prova al servizio sociale, l'onere di chiedere e acquisire d'ufficio (nell'esercizio dei poteri istruttori attribuiti dal combinato disposto degli artt. 666 co. 5 e 678 co. 2 c.p.p.) la relazione sull'osservazione del condannato condotta in istituto, se del caso anche mediante il rinvio dell'udienza, non potendo la sua mancanza agli atti ricadere negativamente sull'interessato (Cass. 12558/2015). E’ escluso il beneficio della liberazione anticipata speciale dei condannati sottoposti a libertà vigilata in seguito alla concessione della liberazione condizionale, dal momento che l’espiazione della pena avviene al di fuori delle strutture carcerarie e la ratio legis della norma, che ha introdotto la disciplina di favore, è ridurre con effetti immediati il sovraffollamento carcerario. Sarebbe irragionevole, anche sul piano della costituzionalità delle norme, riconoscere il beneficio dell'ulteriore riduzione di pena per il condannato ammesso alla liberazione condizionale, normativamente precluso per l'affidato in prova al servizio sociale (Cass. n. 30102/2015). Nelle ipotesi in cui il detenuto propone reclamo al magistrato di sorveglianza, ai sensi degli artt. 35-bis e 69, comma 6,lett. b), ord. pen., finalizzato a ottenere il rimedio risarcitorio previsto dall'art. 35-ter ord. pen., ha l'onere di indicare, a pena di inammissibilità, i periodi di detenzione, le strutture carcerarie e le ragioni, inerenti alle specifiche condizioni detentive, in relazione ai quali si deduce un trattamento penitenziario subito in violazione dell'art. 3 CEDU (Cass. n. 22164/2015). Analogamente a quanto previsto per gli ammessi all’affidamento in prova e alla detenzione domiciliare, relativamente ai periodi trascorsi, in tutto o in parte, in esecuzione di tali misure alternative, ai condannati ammessi all'esecuzione della pena presso il domicilio o che si trovino agli arresti domiciliari ai sensi dell'articolo 656, comma 10, cpp , i condannati sottoposti a libertà vigilata in seguito alla concessione della liberazione condizionale non possono beneficiare della liberazione anticipata speciale ( Cass. n. 30102/2015). Ai fini della concessione della liberazione anticipata straordinaria introdotta dall'art. 4 comma secondo, del D.L. 23 dicembre 2013 n. 146, convertito con legge 21 febbraio 2014 n.10, la valutazione negativa in ordine al comportamento del detenuto anche solo per un semestre è ostativa al riconoscimento del beneficio, poiché per esso non opera il criterio della semestralizzazione previsto per la liberazione anticipata ordinaria, rilevando invece l'intero arco temporale della condotta detentiva. (Cass. n. 15896/2015). Il criterio discretivo della legittima declaratoria di inammissibilità de plano, a norma dell'art. 666, comma 2, c.p.p., espressamente richiamato dall'art. 35-bis, comma 2 ord. pen., non risiede nella distinzione tra manifesta infondatezza per difetto dei presupposti formali della domanda e manifesta infondatezza per insussistenza dei requisiti sostanziali di essa, essendo le une e le altre condizioni previste dalla legge, che, ove palesemente carenti, giustificano l'inammissibilità della domanda, quanto piuttosto nella palmare evidenza di tali difetti nel senso che il loro accertamento non deve richiedere alcun giudizio di merito e apprezzamento discrezionale, né implicare la soluzione di questioni controverse. Laddove, invece, non sia rilevabile ictu oculi l'infondatezza della domanda, il decreto di inammissibilità rischierebbe di soppiantare l'ordinanza camerale di rigetto in tutti i casi, anche complessi e delicati, di mancato accoglimento della richiesta, con evidente violazione dei diritti di contraddittorio e di difesa previsti dai commi terzo e quarto dell'art. 666 c.p.p. (Cass. n. 32456/2015). L’art. 47 co. 7 ord. pen. prevede che, all'atto dell'ammissione del condannato all'affidamento in prova ai servizi sociali, possa essergli imposto di adoperarsi “in quanto possibile in favore della vittima del suo reato”, sia mediante attività riparatoria in forma specifica, che mediante il risarcimento del danno per equivalente. Pertanto, la prescrizione di risarcire il danno da reato non può dunque essere formulata in maniera incondizionata e tanto meno può in anticipo prevedersi che l'inosservanza sarà in ogni caso sanzionata con la revoca della prova o con la pronuncia sfavorevole sul suo esito. Entrambe tali conseguenze costituiscono oggetto di una distinta, successiva ed autonoma decisione giurisdizionale, soggetta soltanto alla legge e non vincolabile in via preventiva dal giudice che ammette all'esperimento, chiamato ad effettuare una valutazione prognostica che non investe il definitivo apprezzamento del suo esito. E’, d’altra parte, orientamento consolidato che il mancato o non integrale risarcimento del danno non può, da solo e se incolpevole, essere di ostacolo all'affidamento in prova (Cass. n. 34663/2015). La legge 26/11/2010 n. 199, nell'ampliare le possibilità del detenuto di scontare la pena presso la sua abitazione, per chiare esigenze deflative, mentre ha espressamente previsto all’articol. 1 comma 8 ultima parte, la competenza a riconoscere la detenzione domiciliare al magistrato di sorveglianza, richiamando un procedimento snello per la sua applicazione, quale quello riguardante la concessione della liberazione anticipata di cui al comma 5 della stessa disposizione, nulla ha previsto sul potere di revoca di tale riconoscimento. Nel silenzio della legge, bisogna rifarsi alle regole generali, che attribuiscono il potere di revoca al tribunale di sorveglianza, poiché manca una deroga a tali disposizioni, che non sarebbe giustificata dalle esigenze deflattive, secondo quanto previsto per il provvedimento applicativo, muovendosi la revoca dell’esecuzione della pena presso il domicilio nel senso opposto rispetto alle finalità della legge (Cass. n. 35906/2015). Nel caso di soggetto che sia stato ristretto in carcere, la condotta regolare va verificata con esclusivo riguardo al comportamento tenuto in istituto, valutato secondo i parametri di cui all'art. 30-ter ord. pen., non potendo essere considerata ostativa al beneficio la sola commissione, fuori dello stato detentivo, di ulteriori reati, e dovendo farsi riferimento, in presenza di un periodo di detenzione, esclusivamente alla condotta tenuta durante tale periodo e non a quella mantenuta in libertà che va, invece, considerata solo ove la detenzione non vi sia stata (Cass. n. 35922/2015). L'attività lavorativa della madre di prole infradecenne non determina, di per sé, quella assoluta impossibilità di accudire alla prole che giustifica la concessione della detenzione domiciliare in favore del padre. L'esistenza di un impedimento assoluto ad assistere la prole deve essere accertata in relazione alle peculiari connotazioni delle singole situazioni, e, in particolare, attraverso la verifica dell'esistenza di strutture di sostegno e di assistenza sociale, ovvero della disponibilità all'assistenza di altri familiari che possano, all'occorrenza, sostituire la madre (Cass. n. 36733/2015). I provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria incidenti su diritti soggettivi, come quando riguardano i colloqui e le conversazioni telefoniche, sono sindacabili in sede giurisdizionale con reclamo al magistrato di sorveglianza, che decide con ordinanza, impugnabile mediante ricorso per cassazione, secondo la procedura prevista dall’art. 14-ter ord. pen..(Cass. n. 20485/2015). Non può farsi luogo al differimento facoltativo dell'esecuzione della pena ai sensi dell'art. 147, primo comma, n. 2 cod. pen. quando il condannato si rifiuta, senza plausibile giustificazione, di sottoporsi ai necessari interventi sanitari e l'infermità da cui è affetto è curata con terapia medica, non risolutiva, ma regolarmente effettuata in regime di detenzione…l'accertamento della condizione aggiuntiva di non pericolosità dei condannato prevista dall'art. 147 ult. comma cod. pen. è richiesta solo in caso di ritenuta sussistenza dei presupposti previsti dall'art. 147 comma 1 n. 2 cod. pen. per il differimento facoltativo della esecuzione della pena (Cass. n. 35784/2015). I provvedimenti in materia di colloqui, sia visivi che telefonici, di soggetti ristretti in carcere in forza di un titolo cautelare, hanno natura giurisdizionale e non amministrativa, in quanto incidenti su situazioni di diritto soggettivo riconosciute anche in ambito penitenziario, comprimibili solo in presenza di specifiche e motivate esigenze di sicurezza pubblica o intramuraria, ovvero di ordine processuale (Cass. n. 37834/2015). Principi di diritto affermati dalla Suprema Corte in materia di permessi di necessità: 1. "con la espressione "eventi familiari" di cui al secondo comma dell'art. 30 1. 26 luglio 1975, n. 254, regolatore del permesso di necessità, devono intendersi eventi riferibili ai "prossimi congiunti" nella nozione di portata generale per la legge penale descritta dall'art. 307 c.p., in quanto tale applicabile anche all'ordinamento penitenziario che nulla specifica al riguardo"; 2."rientra nella nozione di evento familiare di particolare gravità eccezionalmente idoneo, ai sensi dell'art. 30 secondo comma della 1. 26 luglio 1975, n. 254, a consentire la concessione del permesso di necessità, la morte di un giovane nipote in conseguenza del quale il detenuto richieda la possibilità di unirsi al dolore familiare, in questo risolvendosi la sua espressa volontà di pregare sulla sua tomba, giacchè fatto idoneo ad umanizzare la pena in espiazione ed a contribuire alla sua funzione rieducativa" (Cass. n. 49898/2015). In tema di affidamento terapeutico (art. 94 dpr n. 309/1990), il giudizio d'idoneità del programma terapeutico, del quale deve essere necessariamente corredata l'istanza di ammissione al beneficio, non vincola il giudice, che, soggetto solo alla legge, deve, comunque e necessariamente, porre in relazione detto giudizio, considerando anche le modalità con le quali il programma deve essere svolto, con gli altri due predetti parametri oggetto di apprezzamento (pericolosità del condannato e attitudine del trattamento a realizzare -unitamente alle esigenze terapeutiche- un suo effettivo reinserimento nella società) (Cass. n. 49971/2015). Ordinamento penitenziario. Reato-satellite ostativo Facendo riferimento alla ratio del reato continuato, si è affermato che, anche allorquando il reato-satellite sia delitto ostativo, debba farsi riferimento alla pena in concreto inflitta per esso, al fine di verificarne l'espiazione, per la concessione dei benefici penitenziari. Pertanto, in presenza di una condanna per più reati in continuazione nell'ambito dei quali vi sia un reato-satellite ostativo alla concessione dei benefici penitenziari, il condannato ha diritto alla scissione del vincolo ed a far considerare imputata la pena presofferta al reato ostativo, tenendo conto di quella che è la sanzione in concreto per esso inflittagli, anche se si tratta di un mero aumento in continuazione (Cass. n. 17143/2016).Ordinamento penitenziario. Permesso di necessità per eventi familiari di particolare gravità (art. 30 co. 2 ord. pen.). Ordinamento penitenziario. Risarcimento del danno. Attualità del pregiudizio. L'attualità del pregiudizio è condizione connaturata al reclamo di cui all'art. 69, comma 6 o.p. in ragione della correlazione con la tipologia di tutela (art. 35-bis comma 3); non è presupposto necessario quando il reclamo è volto ad ottenere quegli effetti "compensativi" che "garantiscono una riparazione effettiva delle violazioni della Convenzione EDU derivanti dal sovraffollamento" richiesti dalla Corte EDU nella sentenza pilota Torreggiani (v. per l'efficace sintesi del comando di legislazione così impartito, Corte cost. n. 279 del 2013, p. 7) che il legislatore ha voluto attuare con predeterminazione del quantum e, in via prioritaria, in forma per così dire "specifica" con la riduzione della durata della pena ancora da espiare nella misura di un giorno per ogni dieci di pregiudizio sofferto, rimedio che presuppone soltanto, ma necessariamente, la detenzione in atto. Sia l'interpretazione letterale che quella sistematica della norma devono, quindi, condurre a ritenere che il richiamo contenuto nell'art. 35-ter, comma 1 o.p. al pregiudizio di cui all'art. 69, comma 6, lett. b), individua la categoria del reclamo relativo alla violazione dei diritti inviolabili del detenuto ed al modello procedimentale applicabile, ma non può essere riferito ai presupposti del pregiudizio in termini di necessaria attualità al momento della domanda e, ancor meno, della decisione (Cass. n. 25180/2016). Ordinamento penitenziario. Affidamento in prova al servizio sociale. Sebbene l’art. 47 non richiede, a condizione di ammissibilità, l’esistenza di una ben individuata attività lavorativa, tuttavia lo svolgimento di un lavoro è fattore estremamente utile per l’effetto rieducativo della misura. Attesa l’ampiezza del beneficio, importanza non secondaria va riconosciuta alla circostanza che il condannato abbia garantita una attività lavorativa che lo sostenga anche materialmente, allontanandolo da ogni devianza. Pertanto, il beneficio non può essere accordato quando le modalità e le circostanze del lavoro non siano tali da assicurare la sua rieducazione o appaiano addirittura diseducative, come nel caso di frequentazione di pregiudicati connessa all’attività lavorativa (Cass. n. 26317/2016). Ordinamento penitenziario. Condannati all’ergastolo. Risarcimento del danno. La Corte Costituzionale, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 35 ter ord. penit. nella parte in cui « non prevede, nel caso di condannati alla pena dell'ergastolo che abbiano già scontato una frazione di pena che renda ammissibile la liberazione condizionale, il ristoro economico previsto dal comma 2 », ha affermato che: "sarebbe... fuori da ogni logica di sistema, oltre che... in contrasto con i principi costituzionali, immaginare che durante la detenzione il magistrato di sorveglianza debba negare alla persona condannata all'ergastolo il ristoro economico, dovuto per una pena espiata in condizioni disumane, per la sola ragione che non vi è alcuna riduzione di pena da operare” (Corte Cost. n. 204/2016). Il permesso di necessità per eventi familiari di particolare gravità va concesso non in ipotesi di evento unico, ma nella ipotesi di vicenda familiare particolarmente grave e non usuale, idonea ad incidere profondamente nella vicenda umana del detenuto e nel grado di umanità della pena. Anche “i disturbi della personalità”, come una grave malattia psicotica, possono integrare il concetto di “infermità”, purchè siano di consistenza, intensità e gravità tale da incidere sulla capacità di intendere e volere, escludendola e scemandola gravemente (Cass. n. 36329/2016).
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05/09/2016 - Corte di cassazione- Gratuito Patrocinio
Nella determinazione del reddito, da valutarsi ai fini dell’individuazione delle condizioni necessarie per l’ammissione al patrocinio gratuito, non si può tener conto di detrazioni o deduzioni stabilite dal legislatore, trattandosi di «poste finalizzate alla determinazione concreta dell’imposta da pagare»: quest’ultimo è un concetto che presenta una configurazione diversa rispetto al reddito imponibile indicato dall’art. 76 d.P.R. n. 115/2002, che mira a dare rilevanza al reddito lordo e ai redditi non assoggettabili ad imposta, ma indicativi delle condizioni personali, familiari e del tenore di vita dell’istante (Cass. n. 12257/2015). Non esiste, a carico della parte che fa istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, un onere di documentazione della iscrizione del difensore nominato nell'apposito elenco sia perché “l’elenco è pubblico e si trova presso tutti gli uffici giudiziari situati nel territorio di ciascuna provincia” sia perché, in sede di opposizione a decreto di pagamento di spese di giustizia, “il presidente può chiedere a chi ha provveduto alla liquidazione o a chi li detiene, gli atti, i documenti e le informazioni necessari ai fini della decisione” ai sensi dell’art. 15 co 5 d.lgs. n. 150/2011 (Cassazione, sez. VI Civile n. 9264/15, depositata il 7 maggio). La condizione di irreperibilità del patrocinato, alla quale l’art. 117 D.P.R. n. 115 del 2002 subordina la liquidazione degli onorari e delle spese di difesa a carico dell'Erario, afferisce ad una situazione sostanziale e di fatto che è indipendente dalla pronunzia processuale di irreperibilità, ma attiene al fatto della non rintracciabilità al momento in cui la pretesa creditoria diventa azionabile, fatto che impedisce di effettuare qualunque procedura per il recupero del credito professionale (Cass. ordinanza n. 13132/2015). Con decreto del Ministero della Giustizia del 7 maggio 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 12 agosto 2015 n. 186, è stato aggiornato il limite di reddito per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato e portato ad € 11.528,41. Come prevede l’art. 77 del Testo Unico delle spese di Giustizia (d.p.r. n. 115/2002), l’adeguamento dei limiti di reddito per l’ammissione al beneficio del gratuito patrocinio avviene con cadenza biennale sulla base delle variazioni degli indici dei prezzi al consumo stabiliti dall’Istat. L’importo precedente, aggiornato con decreto del 1 aprile 2014, era di € 11.369,24. Il criterio secondo cui l'ammissione al gratuito patrocinio si basa sul reddito imponibile risultante dall'ultima dichiarazione dei redditi, si riferisce solo ai soggetti che abbiano effettuato una regolare dichiarazione dei redditi e non a chi abbia omesso ogni dichiarazione. In tale ultima ipotesi i redditi, ai fini della valutazione di ammissibilità al patrocinio, possono essere accertati facendo ricorso agli ordinari mezzi di prova ivi comprese le presunzioni semplici, che devono essere gravi, precise e concordanti, di cui all'art. 2729 cod. civ., tra le quali rientrano il tenore di vita dell'interessato e dei familiari conviventi e qualsiasi altro fatto indicativo della percezione di redditi leciti o illeciti. Spetta al ricorrente dimostrare, con allegazioni adeguate, il suo stato di non abbienza e spetta al giudice verificare l'attendibilità di tali allegazioni, avvalendosi di ogni necessario strumento di indagine, ma tale iter argomentativo presuppone, in ogni caso, la previa corretta individuazione delle presunzioni la cui ammissione consenta di ritenere, secondo il prudente apprezzamento del giudice, il superamento dei limiti di reddito prescritti dalla legge. I requisiti di gravità, precisione e concordanza, indicati dall'art. 2729 cod. civ., perché gli indizi possano assurgere al rango di prova presuntiva, debbono valutarsi con rigore e con adeguato riferimento ai fatti noti, dai quali risalire con deduzioni logiche ai fatti ignorati, il cui significato deve essere apprezzato senza ricorrere ad affermazioni apodittiche, generiche, sommarie o cumulative (Cass. n. 32782/2015).Ai fini dell’accertamento dei redditi per la concessione o la revoca del gratuito patrocinio, la documentazione fiscale è un mero parametro di riferimento, giacchè il giudice può calcolare, oltre al reddito, anche il tenore di vita, le condizioni personali e familiari ed anche le attività economiche eventualmente svolte, sino all’annualità relativa al periodo di definizione del procedimento (Cass. n. 16/4553).Il limite di reddito per accedere al patrocinio a spese dello stato deve intendersi al netto degli oneri deducibili (artt. 3 e 10 T.U. imposte sui redditi) mentre non rilevano gli oneri detraibili (artt. 12,13,15,16,16-bis T.U. imposte sui redditi) poiché riguardano l’imposta e non l’imponibile (Cass. n. 34395/2016).
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05/09/2016 - Diritto di difesa.
Alle sezioni unite della Cassazione la questione di diritto: se la mancata notifica dell'avviso dell'udienza in camera di consiglio al difensore di fiducia dell'imputato integri, in ragione della sua assenza, una nullità a "regime assoluto", ovvero si debba concludere per una nullità a "regime intermedio", sanata per effetto dell'acquiescenza difensiva e della decadenza della parte dal diritto di far valere l'invalidità. Nel primo caso, l'insanabilità e la rilevabilità in ogni stato e grado del procedimento determinerebbe l'accoglimento del ricorso; nel secondo caso, invece, la verificata sanatoria, in difetto di mancata tempestiva eccezione ad opera della parte privata assistita o del difensore designato d'ufficio, condurrebbe al rigetto dell'impugnazione. “La constatazione del radicato e annoso contrasto giurisprudenziale, testé illustrato, consiglia, ai sensi dell'articolo 618, comma 1, cod. proc. pen., la rimessione, di ufficio, del ricorso alle Sezioni Unite sul seguente quesito di diritto: "Se l'omesso avviso della udienza di trattazione del procedimento al difensore di fiducia dell'imputato, in dipendenza dell'errore occorso per la mancata considerazione della tempestiva nomina, con la conseguente designazione del difensore di ufficio (intervenuto alla udienza), integri la ipotesi della nullità assoluta, contemplata dall'articolo 179, comma i, cod. proc. pen., della assenza del difensore, ovvero una nullità generale, a regime intermedio, ai sensi dell'articolo 178, comma i, lettera c), cod. proc. pen.( Cass. ord. n. 1624/2015). L'impegno professionale del difensore in altro procedimento costituisce legittimo impedimento che dà luogo ad assoluta impossibilità a comparire ai sensi dell'art. 420-ter, comma 5, cod. proc. pen., a condizione che il difensore prospetti l'impedimento appena conosciuta la contemporaneità dei diversi impegni, indichi specificamente le ragioni che rendono essenziale l'espletamento della sua funzione nel diverso processo e rappresenti l'assenza in detto procedimento di altro con difensore che possa validamente difendere l'imputato, nonché l'impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell'art. 102 cod. proc. pen. sia nel processo a cui intende partecipare sia in quello di cui chiede il rinvio; con conseguente congelamento del termine fino ad un massimo di sessanta giorni dalla cessazione dell'impedimento stesso (Cass. sez. un. n. 4909/2015). L'astensione del difensore dalle udienze per adesione ad iniziativa regolarmente indetta non è riconducibile all'istituto del legittimo impedimento, costituendo, invece, se posta in essere nel rispetto dei limiti di legge e del codice di autoregolamentazione, espressione dell'esercizio di un diritto di libertà, se univocamente manifestato, impone il differimento dell'udienza, senza che rilevi la circostanza che la stessa debba svolgersi, come nel caso, in camera di consiglio (Cass. n. 1826/2014; n. 18753/2014; n. 8910/2015).--------- Nel procedimento di sorveglianza, la mancata notifica al difensore di fiducia, del quale è necessaria la partecipazione e, perciò, obbligatoria la presenza dell'avviso di udienza in camera di consiglio, determina una nullità di ordine generale, assoluta e insanabile dell'udienza, nondimeno tenuta in presenza del difensore d'ufficio, e degli atti successivi, compresa l'ordinanza conclusiva, ai sensi degli artt. 178, comma 1, lett. c) e 179 cod. proc. pen., in quanto la nomina fiduciaria non può essere surrogata dalla designazione ex officio da parte del giudice di un altro avvocato, di cui è irrilevante l'assistenza effettiva. Deve, conclusivamente, affermarsi il seguente principio di diritto: "L'omesso avviso dell'udienza al difensore di fiducia tempestivamente nominato dall'imputato o dal condannato integra una nullità assoluta ai sensi degli artt. 178, comma 1, lett. c), e 179, comma 1, cod. proc. pen."Cass. Sez.. Un. 10/06/2015 n.24630/2015. Se il difensore aderisce all’astensione dalla partecipazione alle udienze, legittimamente proclamata dagli organismi rappresentativi della categoria, e lo comunica nelle forme e nei termini previsti dalla legge, la mancata concessione da parte del giudice del rinvio della trattazione dell’udienza camerale determina una nullità per la mancata assistenza dell’imputato. Tale nullità ha natura assoluta se si tratta di udienza camerale a partecipazione necessaria del difensore; negli altri casi, invece, essa ha natura intermedia (Cass. n. 35820/2015).Diritto di difesa Se uno dei due difensori è presente e l’altro non compare per mancato avviso, l’atto è affetto da nullità di ordine generale a regime intermedio. Tale nullità deve essere eccepita dall’altro difensore prima delle conclusioni. Diversamente, l’eccezione si intende rinunziata (Cass. 47558/20159)in quanto il suo svolgersi presume la rinuncia all’eccezione. (Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza n. 47558/15; depositata il 1° dicembre). Istanza di rinvio per legittimo impedimento a comparire del difensore di fiducia. Diritto all’avviso. Il difensore di fiducia, che ha presentato istanza di rinvio per legittimo impedimento a comparire, ha diritto all’avviso della nuova udienza solo quando non ne sia stabilita la data già nell’ordinanza di rinvio, posto che, nel caso contrario, l’avviso è validamente recepito nella forma orale dal difensore d’ufficio presente, il quale esercita i diritti ed assume i doveri del difensore sostituito (Cass. n. 35512/2016).
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08/06/2015 - Corte Costituzionale
La Corte Costituzionale, con sentenza del 15.04.2015 n. 97 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 666, comma 3, e 678, comma 1, del codice di procedura penale, nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento davanti al tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza si svolga nelle forme dell’udienza pubblica. La Consulta, con le sentenze n. 93 del 2010 e n. 135 del 2014, aveva già dichiarato costituzionalmente illegittime le disposizioni regolative del procedimento per l’applicazione delle misure di prevenzione (art. 4 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, recante «Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità», e art. 2-ter della legge 31 maggio 1965, n. 575, recante «Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere») e del procedimento per l’applicazione delle misure di sicurezza (artt. 666, comma 3, 678, comma 1, e 679, comma 1, cod. proc. pen.), nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, le procedure stesse si svolgano nelle forme dell’udienza pubblica, quanto ai gradi di merito (la medesima esigenza costituzionale non è stata ritenuta, invece, ravvisabile relativamente al ricorso per cassazione, in quanto giudizio di impugnazione destinato alla trattazione di questioni di diritto: sentenza n. 80 del 2011), sentenza del 15.04.2015 n. 97 dep. il 05.06.2015. ------------------------------------------------------------------- L’art. 159, primo comma, c. p., è incostituzionale nella parte in cui, ove lo stato mentale dell’imputato sia tale da impedirne la cosciente partecipazione al procedimento e questo venga sospeso, non esclude la sospensione della prescrizione quando è accertato che tale stato è irreversibile. (Corte Costituzionale n. 45/15)--------------------------- La Corte Costituzionale (Corte Cost. 22/10/2014 n. 239), nel dichiarare costituzionalmente illegittimo l’art. 4-bis ord. pen. nella parte in cui non esclude dal divieto di concessione dei benefici penitenziari la misura della detenzione domiciliare speciale, prevista dall’art. 47-quinquies della medesima legge a favore delle condannate madri di prole di età non superiore a dieci anni, ha esteso la dichiarazione di illegittimità costituzionale, in via consequenziale, anche alla misura della detenzione domiciliare ordinaria prevista dall’art. 47-ter co. 1 lettere a) e b) ord. pen: ciò, per evitare che una misura avente finalità identiche alla detenzione domiciliare speciale, ma riservata a soggetti che debbono espiare pene meno elevate, resti irragionevolmente soggetta ad un trattamento deteriore, fermo restando che, in tale ipotesi, la concessione della misura rimane comunque subordinata alla verifica della insussistenza di un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti. Ha sostenuto la Consulta che, assoggettando la detenzione domiciliare speciale e quella di cui all’art. 47-ter lettere a) e b) al regime di rigore sancito dall’art. 4-bis co.1, il legislatore ha accomunato fattispecie tra loro profondamente diversificate. Tale omologazione di trattamento appare senz’altro lesiva dell’interesse del minore, costituzionalmente protetto, a vivere e a crescere nell’ambito della propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, ove si consideri che la ratio del regime di rigore introdotto dall’art. 4-bis è rappresentata dalla incentivazione alla collaborazione, quale strategia di contrasto della criminalità organizzata. “Un conto, infatti, è che tale strategia venga perseguita tramite l’introduzione di uno sbarramento alla fruizione di benefici penitenziari costruiti, com’è di norma, unicamente in chiave di progresso trattamentale del condannato, sbarramento rimuovibile tramite la condotta collaborativa; altro conto è che la preclusione investa una misura finalizzata in modo preminente alla tutela dell’interesse di un soggetto distinto e, al tempo stesso, di particolarissimo rilievo, quale quello del minore in tenera età a fruire delle condizioni per un migliore e più equilibrato sviluppo fisio-psichico. In questo modo, il “costo” della strategia di lotta al crimine organizzato viene traslato su un soggetto terzo, estraneo tanto alle attività delittuose che hanno dato luogo alla condanna, quanto alla scelta del condannato di non collaborare… La subordinazione dell’accesso alle misure alternative ad un indice legale del “ravvedimento” del condannato, la condotta collaborativa, in quanto espressiva della rottura del “nesso” tra il soggetto e la criminalità organizzata (nesso, peraltro, a sua volta presuntivamente desunto dal tipo di reato che fonda il titolo detentivo), può risultare giustificabile quando si discuta di misure che hanno di mira, in via esclusiva, la risocializzazione dell’autore della condotta illecita. Cessa, invece, di esserlo quando al centro della tutela si collochi un interesse “esterno” ed eterogeneo, del genere di quello che al presente viene in rilievo”, Corte Costituzionale 22/10/2014 n. 239.
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17/04/2015 - Cass. n. 14112/15 Messa alla Prova
Nel caso in cui l’imputato sia chiamato a rispondere nello stesso procedimento di reati per cui non sia possibile l’accesso all’istituto della sospensione della messa in prova insieme ad altri per cui invece lo sia, appare stridente con la struttura del sistema e con gli stessi presupposti dell’istituto che possa avvenire una parziale risocializzazione del soggetto interessato... non appare pensabile che taluno possa essere possa essere risocializzato solo per alcuno dei fatti in contestazione e nel contempo continui a rispondere di ben più gravi connessi fatti-reato per i quali l'accesso all'istituto de qua non è consentito (Cass. n. 14112/15).
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17/03/2015 - Corte di Cassazione. Pene accessorie
L'applicazione di una pena accessoria extra o contra legem da parte del giudice della cognizione può essere rilevata, anche dopo il passaggio in giudicato della sentenza, dal giudice dell'esecuzione, purchè essa sia determinata per legge (o determinabile, senza alcuna discrezionalità) nella specie e nella durata, e non derivi da un errore valutativo del giudice della cognizione (Cass. sez. un. n. 6240/2015).
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